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Caso clinico 20

Testimonianza scritta in francese, tradotta.

Ho accompagnato questa persona.

Credo di aver lasciato perdere il passato e chiedermi di tornarci per indicare le tappe della mia “storia” dalla mia entrata nella dentosofia, mi ha portato a rileggere degli esercizi d'osservazione di me nelle 3 sfere (fisica, emotiva e intellettuale), che ho redatto per più di 2 anni, in occasione di situazioni di vita ordinaria.

Ho riscoperto una persona piena di illusioni su se stesse e sul mondo, convinta di aver ragione nella maggior parte delle circostanze, rigida, che esprimeva esigenze incessanti, egocentrica, sempre collerica, chiusa, nel rifiuto, nella fuga, nel bisogno di riconoscenza e approvazione, e quindi perfettamente infantile nonostante più di ½ secolo di vita.

Niente di straordinario, alla fine, e totalmente umano...

L'incisivo sinistro superiore era davvero prominente, ed era molto brutto a vedersi, ed evitavo di sorridere troppo ampiamente. Da qualche tempo ha praticamente integrato il posto del suo vicino. D'altronde non è l'unico ad aver cambiato ubicazione, ho potuto rendermene conto su una foto recente in cui quasi non mi “riconoscevo”.

Riguardo a lei, Michel Montaud, desidero appuntare che dopo averla copiosamente insultata e disprezzata internamente e silenziosamente dopo il nostro 1° appuntamento, ho rapidamente imparato a riconoscere il sostegno e il riconoscimento che mi apportava. Penso che mi aspettavo da lei un comportamento da padre, il primo anno discutevano molto e spesso e confrontavamo le nostre opinioni a volte anche opposte. Progressivamente ho iniziato ad ascoltarla, o forse no, ma sapevo che sarebbe venuto fuori un elemento che mi sarebbe risultato veramente utile. Fino al giugno 2011.

Al mio appuntamento successivo, questo non aveva più luogo di esistere; da una settimana una frase mi si era imposta: «legata ma non attaccata!» e si adattava a molte situazioni e relazioni della mia vita. Come se qualcosa in me decollasse o un nuovo inizio.

Ma per arrivare a questo stadio, ho attraversato alcuni shock coscienti. Prima un incidente, che mi lasciato senza macchina e con 2 costole rotte. Credo che non accettasi la realtà per quello che era, e dormendo, mi ci sono buttata. Ho cominciato a percepire meglio tutte le “belle” qualità sopra menzionate. Ma, incapace di affrontarle, mi sono arrabbiata (ma non a lungo) con tutta la mia famiglia e con altri al matrimonio di mio figlio una settimana più tardi. Eppure il processo di trasformazione si era innestato, con conseguente accettazione e lasciare andare reali delle situazioni esterne, ma ugualmente interne.

Fino al decesso di mio fratello: eravamo al ristorante e si è accasciato; ho subito capito che era morto e che i soccorritori non sarebbero riusciti a rianimarlo. Ero cosciente di tutto quello che succedeva intorno a me e dentro di me, emozioni e sentimenti, pensieri e sensazioni fisiche. Ho affrontato tutto ciò che è successo dopo, praticamente da sola, con calma e efficienza e non sapevo che ne sarei stata capace.

Per quanto riguarda il lavoro di dentosofia, all'inizio masticavo l'attivatore con una specie di rabbia, violenza, forza, accanimento, come un desiderio di distruzione; ero focalizzata solo sui miei denti, ero solo i miei denti.

Finalmente ho cercato e trovato la calma nella sua pratica, comprendendo che la presenza e la coscienza sia nella tensione sia nell'allentamento erano importanti poiché queste 2 fasi concorrono a creare armonia e equilibrio. Attualmente mi concentro piuttosto sul rilassamento di tutto il corpo.

Finisco attenuando il quadro dell'inizio: 2 anni ½, il lasciare andare e l'accettare ci ciò che è, degli altri e di me, in una forma di rispetto, di dolcezza e di gioia, si manifestano di più.

Qualcosa in me è più dritto e più forte, sulla strada dell'autonomia e di una maggior sicurezza. E questo è il risultato della dentosofia e insieme di un vero cammino spirituale.

So anche che sono solo all'inizio, i pochi risultati ottenuti non possono mascherare la necessità di perseverare nell'approfondimento di questo lavoro che alla fine è lo scopo della vita, o almeno della mia vita.